Giovanni scalcia con forza per liberarsi della stretta, si agita, avvolto nel leggero piumone primaverile, butta per terra le lenzuola. Si sta bene nel letto tiepido. Si sente la pioggia che picchietta contro il vetro, è ancora più bello dormire con quella musica in sottofondo. Giovanni sogna, è un incubo, ma solo per poco, adesso decide che è ora di cambiare e adesso gli piace quello che sta sognando: lui che con una mossa di lotta giapponese si è liberato della morsa di Bob facendolo rotolare a terra. Ecco ora si fronteggiano. Il nemico gli si avventa contro come un toro davanti ad uno straccio rosso: quello che aspettava. Con mossa fulminea estrae un pacchetto di gomme da masticare, prima che l'altro gli sia addosso, fa in tempo ad offrirne alla bella Elena e a riempirsi la bocca di confetti, quindi si sposta di un passo a lato, gonfia le gote, fa un pallone enorme che gli copre tutta la faccia e intanto allunga un piede. Il grosso Bob che gli sta arrivando addosso a tutta velocità non riesce a frenare lo slancio, vi inciampa, Giovanni si toglie di bocca il pallone grande adesso come un aerostato, glielo appiccica sulla fronte - Ciao Bob! - e quello si solleva da terra, comincia a volare. Oramai è solo un puntino nel cielo blu. Mano nella mano con Elena che gli sorride ammirata riprendono tranquillamente il cammino, sono arrivati, entrano a scuola al suono della campanella.
Primo giorno. Un pullover viola con un polipo giallo.
Non era la campanella, era la sveglia. Giovannino socchiude gli occhi, si tira su, sbadigliando apre la finestra a fianco del letto, facendo scorrere il telaio della parte inferiore. La sua camera è spaziosa, una mansarda ricavata nel sottotetto della casa. Ha un bagno tutto per sé, una parete occupata da armadi, una libera, coperta di posters di moto e auto da corsa e scaffalature con libri e giochi, un angolo per lo studio, con scrivania, telefono e computer, per giocarci più che altro.
Guarda fuori. Ha piovuto tutta la notte. Ora il cielo è limpido e fresco, tutto azzurro. Sotto di lui il grande prato davanti alla casa si muove a ondate, come un lago verde. L'erba è cresciuta moltissimo negli ultimi giorni. Chissà quando suo padre troverà il tempo di tagliarla. Non prima di sabato, comunque. E siamo solo a martedì.
Sulla poltrona a capo del letto stanno i vestiti, perfettamente in ordine. Calzoni corti con la riga, camicia a mezze maniche, cravatta, pullover. Scarpe lustre come la macchina del papà, la più lustra del quartiere, due lavaggi la settimana alla stazione di servizio, più una pulita extra la domenica mattina, con passata di cera protettiva per la carrozzeria. A quest'ultima lucidatura provvede di solito Giovanni, intascando una discreta mancia che va ad arrotondare la paga settimanale.
Guarda i vestiti, sospira, apre l'armadio. Jeans scoloriti apposta nel cloro, maglia degli Exterminator, suo complesso pop preferito, pullover viola con un polipo giallo sulla schiena e scarpe da ginnastica Jump-max, quelle che nella pubblicità ti fanno attraversare il Pacifico da Tokio a Los Angeles saltando da un'isola a una nave.
Si ammira allo specchio. Perfetto.
Scende in cucina. Silenzio, solo il ticchettio della pendola. Sulla tavola la colazione già preparata e un biglietto. Il solito.
" Ciao tesoro, fai il bravo a scuola e non far arrabbiare la signorina Ballini. Ci vediamo stasera. Un bacio. Mamma.
P.S. So che non hai messo i vestiti che ti ho preparato. Almeno lascia perdere il pullover viola con il polipo dietro!!! Ribaci."
A volte suo padre aggiunge qualche frase spiritosa del tipo Resisti, il peggio deve ancora venire o Non esagerare, lascia qualche bel voto anche agli altri, che dovrebbero essere d'incoraggiamento. Stavolta si è astenuto, meno male.
Trangugiando i suoi fiocchi d'avena si gode qualche cartone animato, mentre sgranocchia le fette tostate con la marmellata di fragole, la sua preferita, dà un'occhiata allo zaino, c'è tutto gli pare. Il suo andirivieni è segnato da briciole e gocce di latte, come la strada di Pollicino nel bosco. Un bosco o una foresta? si è chiesto tante volte, che differenza fa? Forse il bosco è una piccola foresta e la foresta è un bosco infinitamente grande, di quelli in cui ti perdi. Che cappellino mettere? Vediamo ci sarebbe quello da basket dei Chicago Bulls, firmato Jordan. O quello comprato a Parigi, con la Tour Eiffel sul davanti. Noo, qualcosa di efficace, da mandare la profe fuori di testa, sìì, il berretto rasta, verde e giallo con tanto di treccine di lana nera incorporate che gli scendono fin sulle spalle. Solleva lo zaino, cribbio! è pesantissimo. Lo depone sul tappeto dell'ingresso, lo apre. L'antologia di Lingua e il libro di grammatica, e va bene, poi algebra e storia, quindi gli eserciziari. Il libro di scienze, un mattone di tre chili, a dir poco. Lo soppesa. Per un attimo lo sfiora l'idea di lasciarlo a casa. Ma poi si vede addosso lo sguardo infuocato della professoressa Ballini. Pessima idea. Sospirando si carica il tutto sulle spalle, afferra le chiavi, trascina il portoncino alle sue spalle, sente il clak della serratura che scatta. Andata, è fuori, mentre ancora rimugina sulla differenza fra bosco e foresta.

Pepe
Un lampo bianco salta fuori dal prato e si avventa su per le scale, passandogli tra le gambe.
- Accidenti a te, Pepe, possibile che mi devi sempre stare tra i piedi! Finirò col rompermi l'osso del collo, giù per i gradini! –
Il gatto bianco schizza via soffiando, col pelo irto e la coda gonfia, grossa come quella di una puzzola. Miagolando disperatamente gratta all'uscio di casa. Giovanni si ferma incuriosito, il comportamento dell'animale non è per nulla normale. Torna sui suoi passi e si accuccia ad accarezzarlo, parlandogli dolcemente, a mezza voce per calmarlo. Sotto la sua carezza sente che il gatto trema, il pelo candido è bagnato e le zampe sono infangate.
- Che ti succede Pepe? Ti sei spaventato? Hai visto qualcosa di brutto, qualche cagnaccio randagio ti ha rincorso? –
Cerca di pulirgli le zampe sullo stuoino di casa, a forma di bocca spalancata di squalo, con tre file di zanne terrificanti e la scritta "Pussa via!" Un acquisto di suo papà. A volte il genitore se ne esce con delle strane iniziative, che la mamma non approva.
Si rialza guardandosi intorno. Nessuno in vista, tutto tranquillo. Intanto Pepe gli lancia sguardi imploranti con i suoi occhioni azzurri e miagola da fare pietà.
- Va bene, ho capito - Giovanni pesca le chiavi della tasca posteriore, apre la porta e l'animale si fionda dentro dirigendosi verso la cucina. Troverà la sua ciotola colma e il cestone dei giornali, suo giaciglio preferito. Il ragazzo resta pensoso per un attimo, richiude e si incammina. A cosa stava pensando? Ah, sì, allora , tra il bosco e la foresta la differenza è che...
- Ma è una foresta! - pensa mentre cerca di avanzare sul prato di casa sua. Avrebbe potuto percorrere il vialetto di lastre di ardesia che porta fino al cancello piccolo e sbucare sulla strada, dove si trova la cassetta delle lettere a forma di baita tirolese. Ma è abituato da sempre a traversare il prato per guadagnare tempo, scavalcare poi la ringhiera di legno tipo ranch ed atterrare sul marciapiedi.
Stavolta non è semplice. Dev'essere piovuto molto la notte prima. E certamente l'erba è cresciuta in modo impressionante, mostruoso. Non era mai successo, il prato davanti a casa sua è diventata una vera prateria indiana, mancano solo le mandrie di bufali e le tribù di pellirosse in caccia, a cavallo. Avanza a fatica ed è già preoccupato: arriverà tardi all'appuntamento con Elena.
Un rumore alle sue spalle, come un tamburo che batte a grandi colpi, pesanti, dietro l'angolo della casa. Due tamburi, una banda di tamburi che percuotono l'aria intorno a lui e fanno vibrare il terreno. E si avvicinano a tutta velocità, gli sono alle spalle, lo avvolgono in un vortice sonoro, come una tromba d'aria. Giovanni si volta, resta bloccato un istante dalla paura, non è vero, non può essere vero, poi qualcosa scatta in lui, comincia a correre, testa bassa e via con tutto il fiato che ha in corpo.

Da non credere!
Otto e dieci. La campanella è già suonata. Giuseppe, il bidello sta chiudendo il cancello della scuola, ma non fa a tempo. Una scarpa Jump-max blocca il battente di ferro. Alza gli occhi e si trova davanti una faccia spiritata.
- Ma cosa...?
- Buongiorno Giuseppe, lo so, sono in ritardo, non è colpa mia stavolta! - ed è già schizzato sulle scale, trascinando con una mano lo zaino pieno di libri sui gradini. Nell'altra mano una specie di mazza o qualcosa del genere. Giuseppe resta a bocca aperta mentre Giovanni, solo adesso lo ha riconosciuto, apre il portone d'ingresso con un gomito e piomba dentro il corridoio a tutta birra.
Il suo posto, il suo banco vuoto, situato in mezzo a quelli dei gemelli Rovetta, Giancarlo, detti Gianci, a sinistra, Gianclaudio, detto Gianco, a destra. Sono gemelli, ma non si assomigliano per niente, pare sia una strana questione di zigoti, nessuno ha mai capito la spiegazione della professoressa. Dietro a lui Luca Bianconi, il nipote del preside, ha già aperto l'album delle figurine dei calciatori, la sua passione. Il piccolo Tommasi si sta frugando nel naso, come sempre, Lucia, la ragazzina bionda, sua vicina di banco, lo guarda con un'espressione di leggero disgusto.
La fila di fondo è interamente occupata dai quattro cugini Melloni, figli dei quattro fratelli Melloni, macellai all'ingrosso e delle quattro sorelle Serena. Un matrimonio di gruppo, questo, che fece notizia a suo tempo, così come la nascita contemporanea di Alessandro, Antonio, Alessio e Augusto. Che adesso fissano a bocca spalancata il loro compagno di classe.
La professoressa di Scienze, la signorina Ballini sta già facendo l'appello. Un secondo prima di pronunciare il suo nome la porta della classe si è spalancata ed il mormorio di inizio lezione si è zittito. Guadagna il suo banco lanciando un'occhiata alla bella Elena che lo squadra stupita.
- Scusami, ti racconterò – mormora.
Se volassero, nemmeno le mosche si sentirebbero. Ma è presto, siamo solo ad inizio primavera. Niente mosche perciò, solo silenzio.
- Accidenti Giovanni cosa...
- ...diavolo ti è capitato!? Sembri appena uscito...
- ...da un frullatore gigante di...
- ...rifiuti urbani!
I gemelli Rovetta non sono davvero due gocce d'acqua, anzi, non si somigliano proprio. Al massimo potrebbero essere cugini. In compenso, quando parlano, uno inizia la frase e l'altro la finisce. Sempre così.
Tutti gli occhi sono puntati su di lui. Sguardi stupiti, curiosi, di riprovazione. In prima fila, Ernesto, il primo della classe, il coccolino della professoressa se ne sta a bocca aperta. Al suo fianco Lucrezia, la bella e superba Lucrezia sembra perplessa. E Bob a Quattro sghignazza senza ritegno.

- Da non credere! - si sfogherà la professoressa Ballini bevendo un caffè nella sala professori durante l'intervallo delle undici con il suo collega di Musica, professor Timballi, che la fissa dal basso in alto.
- Mi arriva in classe in ritardo, con le scarpe slacciate e infangate, i jeans macchiati d'erba e scuciti dietro, con una tasca penzolante come un orecchio d'elefante e poi quel suo incredibile pullover viola con tanto di polipo giallo sulla schiena, con gli occhi rossi: senza una manica. Ti rendi conto! E tutto questo alle otto e dieci del mattino!...
E' sconvolta la signorina Ballini, il suo collega tenta di confortarla, si sa i ragazzi d'oggi, giovani teppistelli, tutti quanti, sempre davanti alla televisione, sempre a giocare col computer, non studiano, non imparano, non hanno rispetto per l'autorità. E poi le famiglie assenti...
Ma la signorina Ballini non lo sta a sentire, si capisce che ha qualcosa sullo stomaco, che ancora non le è andato giù, qualcosa di troppo grosso per essere accettato. Freme tutta e alla fine esplode:
- Una mazza, ti dico, aveva in mano una mazza, sporca lercia, forse addirittura macchiata di sangue!!!
- Una mazza da baseball?! – questa è grossa anche per Timballi, che è sempre piuttosto lento a realizzare le situazioni.
- Macché baseball, una mazza indiana, si insomma, quelle che si vedono nei film, quelle usano loro in guerra o per cacciare, un coso, ce l'ho qui sulla lingua, un...
- Tomawak, si chiama tomawak - interviene Ruggeri, il collega di Educazione Fisica, tipo atletico, sempre abbronzato, che ha seguito la conversazione – una specie di accetta di selce col manico d'osso di bufalo. Interessante, dove può averla presa? Una riproduzione di plastica dura immagino, qualche souvenir portato dall'America .
La signorina Ballini alza la mano per imporre il silenzio e con una mossa rapida estrae qualcosa di voluminoso dalla sua cartella di cuoio e lo posa sul ripiano della grande tavolo nella sala professori. Il collega Ruggeri raccoglie lo strumento, lo soppesa, emette un fischio, si fa vicino alla finestra per vedere meglio.
- Ma è autentica, o perlomeno è stata riprodotta usando i materiali di un tempo, Questa punta di selce è dura come l'acciaio e tagliente come un bisturi! Fantastica. E il manico, un autentico femore di animale, un bue direi, a giudicare dalla lunghezza e dal diametro!
- O un bufalo...- mormora la Ballini.
Nella sala si è fatto silenzio. Altri professori si sono avvicinati. Tutti osservano lo strano attrezzo che sembra piombato lì da un altro mondo. Il professor Timballi si gratta furiosamente la testa, come spesso gli succede quando non capisce qualcosa, seminando forfora per qualche metro quadrato.

Un bisonte
- Il bello è che come sono arrivato a calpestare il marciapiede, tutto è finito di colpo, così com'era cominciato. Tutto normale, il prato davanti a casa mia, forse l'erba un po' più alta del solito, la strada, le macchine che passavano, la gente che andava per i fatti suoi. Figuratevi che in quel momento è arrivato il postino, è sceso dalla bici, ha infilato la posta nella cassetta e via fischiettando, come se niente fosse!
L'intervallo non dura più di dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, quando arriva la bella stagione, giusto il tempo di andare in bagno, mangiare qualcosa o copiare dai compagni più bravi qualche compito non eseguito. Ma oggi è diverso, sono tutti attorno a Giovanni e lo ascoltano incantati.
- Ma allora, perché hai raccontato alla maestra di essere stato investito da una tromba d'aria? Chiede Elena sgranando gli occhioni verdi.
Anche gli altri ragazzi che fanno cerchio intorno a lui sembrano perplessi. I gemelli Rovetta stanno a bocca spalancata come due trote tirate all'asciutto, il piccolo Tommasi si fruga furiosamente nel naso. Non che dubitino della sua parola, però...
- Perché...
- Bugie! Questa volta l'hai sparata grossa! Quale tromba d'aria! Non penserai che qualcuno ti creda, ha fatto bene la professoressa a darti un compito di punizione! - esclama Bob A Quattro che è arrivato solo adesso, dopo essersi pappato alcune merendine rubate in giro a chi gli capitava a tiro (è ancora pieno di briciole) – ti inventeresti qualunque cosa pur di renderti interessante! Io dico che sei un gran raccontafrottole e penso che ti aspetterò fuori all'uscita, tanto per darti una ripassata!
- Non mi fai paura, Bob!
- Non voglio farti paura, voglio farti la bua!
- Non mi farai la bua, Bob!
- Non voglio farti la bua, voglio farti paura!
- Non mi piaci, Bob!
- Non voglio piacerti, anzi, se proprio vuoi saperlo, voglio farti schifo!
- Mi fai già schifo Bob!
- Bene, sono contento!
Poi si ferma un momento, pensieroso. Deve essergli sfuggito qualche passaggio nel ragionamento, ma non capisce quale.
- Lascialo in pace! – Elena lo guarda severa e il grosso Roberto si sgonfia alquanto - la tromba d'aria non c'entra niente, era solo una bugia per coprire una verità ancora più incredibile. Dai Giovanni, fagli sentire cosa è successo davvero!
Lui si sente un po' a disagio, la vicinanza del suo rivale in amore lo innervosisce:
- Beh, sapete, mi rendo conto che è difficile da credere, insomma è come vi ho detto...
- Vogliamo sentirlo ancora una volta...
- ... è troppo forte – urlano i gemelli Rovetta – che non si somigliano affatto e parlano mezza frase a testa, come sempre..
Gianci è alto, pallido e chiaro di carnagione e di capelli. Gianco ha una buffa faccia da bambolotto e capelli neri. Sembra un Cicciobello. In compenso hanno un carattere esattamente identico: sono impiccioni ma timidi, pettegoli ma parlano a fatica e si emozionano facilmente, pronti a mettersi a piangere in ogni momento.

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