Fronden: l'elfo della Grande Quercia

La Grande Quercia, così viene chiamata in tutto il territorio del nord iperboreo, è un albero immenso, il più maestoso delle infinite foreste che coprono quelle latitudini. Le sue radici sostengono da sole la volta delle sterminate caverne dei popoli di sotto, che senza di lei crollerebbero in un istante e si inoltrano nel terreno fino alle coste dei mari glaciali. Il suo tronco è così grande che per salirci Fronden, l'elfo della Grande Quercia, ha costruito una passerella di legno che gli gira intorno e sale, sale fino a perdersi tra le nuvole, ricavando assi da un'intera foresta di lecci. La strada è tanto lunga che deve essere illuminata da lampade di mica azzurra che contengono lucciole giganti. Il suo fusto è così alto che se voi iniziate a salire dalla base in estate, man mano che salite le stagioni cambiano, passate attraverso il vento di fine agosto, le piogge di settembre, le bufere di ottobre e arrivate in cima nel pieno delle tormente di neve invernali, senza mai fermarvi, senza sostare un attimo. Nel suo intrico di rami vivono popoli che mai si sono potuti incontrare ed animali di cui sulla Terra si è perso il ricordo.

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Lisiel: l'elfa dell'equinozio di primavera

L'Equinozio di primavera segna la fine del lungo sonno invernale. Da questo momento la natura corre verso la Primavera, la vita che rinasce. E' la festa degli opposti, della dualità delle forze, luce contro buio, bene contro male, caldo contro freddo, vita contro morte, la fertilità contro lo sterile periodo invernale, che per un giorno sono in perfetta parità sulla bilancia del Cosmo in una totale armonia, ma la forza del Sole sta crescendo e presto avrà il sopravvento.

Lisiel ha una missione da compiere, nella notte che precede l'Equinozio. Bella, alta, la pelle luminosa,vestita di un lungo abito blu con riflessi argentei, ornato delle pietre speciali di questa notte, opale e l'acquamarina e la pietra di luna e di gioielli di metallo bianco e perle luminose, passa per il mondo settentrionale accompagnata da una civetta albina. Pescando a piene mani da una borsa fatata sparge semi di fiori sul suo cammino e polvere di stelle. Ed ecco che d'incanto si aprono corolle multicolori dei crochi, dei bucaneve, così come i gelsomini, le gemme nascono sui rami spogli e le radici delle siepi e degli alberi sentono scorrere nuova linfa.

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Marivel: l'elfa della Primavera

Quando il sole ritorna nel cielo e nei boschi comincia il disgelo, Marivel la bellissima elfa della Primavera si affaccia all'ingresso della cascata che per tanti mesi ha nascosto la grotta dove ha passato l'inverno. Un sottile velo di ghiaccio copre ancora la soglia della sua casa: Marivel ne incide la superficie con il diamante bianco che reca al dito indice della mano sinistra: il ghiaccio si apre e lei è libera di uscire come la farfalla dalla crisalide, la Primavera comincerà a correre per i monti e le valli delle Terre di Arrgath.

Marivel non dorme mai, come molti elfi non ha bisogno di riposo. Il suo abito è bianco, cesellato di smeraldi e decorato di corolle di margherite e crochi. Sulla spalla porta un pettirosso che le ha fatto compagnia per tutto il periodo freddo, cinguettando per lei e prendendo il cibo dalle sue mani. Porta a tracolla Thoron, un lungo corno d'avorio ricurvo intarsiato d'oro, ricavato da una zanna di mammuth vissuto ai tempi in cui gli uomini erano deboli e paurosi come gattini e temevano l'ira dei popoli invisibili delle foreste. Per prima cosa si pettina a lungo i capelli che le arrivano fino alla cintola d'argento. Poi comincia a suonare correndo senza sosta per boschi, valli e villaggi addormentati. Il suo passo è leggero, non lascia traccia sul terreno e sul letto di aghi di pino.

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Ghentel: l'elfo di Gennaio

Ghentel, l'elfo di Gennaio, aprì gli occhi. Era il primo giorno del mese. Fuori era nevicato e tutta la valle di Orgath era una bianca distesa abbagliante. Anche il cielo era lattiginoso, basso e senza sfumature. Raccolse il suo flauto di sambuco e uscì. Non un' orma sulla neve fresca, non un suono nell'aria, né un colore diverso dall'infinito, monotono candore. Il suo vestito blu, il mantello azzurro, gli stivali di nappa nera erano le uniche macchie vive per mille leghe intorno. Ghentel si inoltrò nel bosco e prese a scendere verso il villaggio degli uomini. I ruscelli erano coperti di ghiaccio, gli stagni erano specchi azzurri. Vide la sua immagine riflessa, il viso celeste, gli occhi blu, i capelli turchini. Lui, l'elfo di gennaio, proteggeva gli umani dal gelo e dalle tormente, riportava nelle stalle gli animali perduti, faceva ritrovare la strada ai viandanti dispersi nelle tormente. In cambio riceveva cibo che i valligiani gli lasciavano davanti alle porte delle case. Ma gli umani lo temevano, troppo diverso da loro. Ghentel era in vista delle prime case del villaggio, quando si accorse che dai comignoli non usciva fumo, le porte e le finestre erano ancora sbarrate e nessuno camminava per le strade. E il silenzio regnava ovunque. Eppure era tardi. L'elfo si avventurò fin dentro il centro del villaggio, dove la fontana ghiacciata non cantava più. Dov'erano finiti gli Orgathiani?

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Parrvila, l'elfo dell'Autunno

Ottobre è alle porte, ora l'Estate lascia il passo all'Autunno. Gli umani sentono che qualcosa se ne va e mai farà ritorno, un lungo brivido percorre i loro animi e capiscono di fare parte dell'eterna Ruota del Tempo. La luce del giorno si fa più limpida e breve, le acque dei fiumi e dei laghi perdono il tepore dell'estate, si fanno più fredde e oscure. Parrvila arriva nel suo vestito verde con un ampio cappuccio ricamato di rubini color granata, grossi come le ultime more delle siepi. La sua camicia è candida e impreziosita di trine rosse, un medaglione d'oro con ghiande d'argento posa sul suo petto, i suoi stivali a punta sfiorano appena il sottobosco. Cosa piuttosto rara per un elfo, un pizzetto castano gli incornicia il mento e i suoi occhi sono due nocciole lucide e tonde. Altra cosa che lo distingue è la mancanza assoluta di armi. La sua cintura di cuoio regge una borsa di pelle e un sacchetto di tabacco. Cammina appoggiandosi a un bastone di nocciolo flessibile e resistente, cerchiato di bronzo, scelto nei boschi di Samiren, che non secca mai. Lo accompagnano due pettirossi che gli svolazzano intorno, mentre in alto, sopra le fronde delle querce volteggiano i corvi. Sono gli uccelli che non lo abbandonano mai e lo accompagneranno attraverso il mondo settentrionale che poco alla volta si prepara al riposo invernale, mentre gli altri, le cicogne, le rondini, i grandi aironi blu attraverseranno i cieli verso oriente e alla volta delle terre calde, lasciandoli vuoti e senza gridi.

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La fata Maranda

La fata Maranda vive nelle conche di montagna, dove le piccole valli e gli spiazzi d'erba si coprono di fiori in primavera e di funghi quando arriva l'autunno. Sono posti bellissimi, freschi e ombrosi d'estate, solitarie innevati per tutto l'inverno. Contro il fianco della montagna Maranda trova piccole grotte dove vive, anche se non si allontana mai troppo dalle abitazioni degli uomini. A volte la si vede passare sopra i tetti, infilarsi nei solai, a volte vola sopra i campanili dei paesini e le campane suonano o si affaccia alle stalle e i cavalli si infuriano, i vitellini piangono e il latte diventa rancido. Il giovane Ario, mandriano di poche vacche, se ne stava tranquillo appoggiato al tronco di un vecchio noce, a guardare le sue bestie che pascolavano poco lontano dalla stalla. Aveva mangiato pane e uova condite con sale e adesso giocava con un vecchio ferro di cavallo. Dopo un po' chiuse gli occhi. Dormiva. Nel sogno Maranda comparve davanti a lui. Che bel sognò, pensava lui, contento, e non voleva svegliarsi. L'apparizione cambiava di continuo. Dapprima era una vecchia strega rugosa, con la lingua di serpente e un cappellaccio storto, poi giovane fanciulla, bella e sorridente. Ario aprì gli occhi in tempo per vederle spuntare ali da farfalle, rosa e azzurre, trasparenti. La creatura alata volava intorno alle mucche che continuavano a ruminare senza scomporsi.

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Querrill, l’elfa della dispensa

A tutti voi sarà capitato di smarrire oggetti di uso quotidiano che pure eravate sicuri di aver riposto nel luogo consueto: un rocchetto di filo rosso misteriosamente scomparso, un fermacapelli smaltato che non è più nello stipetto dell'armadio, un fazzoletto ricamato a fiori di colpo sparito dalla tasca del vostro grembiule. E forse avete dubitato della vostra vicina o accusato ingiustamente qualche famigliare di avervelo sottratto. Beh, vi siete sbagliate, care le mie donne!

E' stata Querrill, l'elfa della dispensa, che nel suo nascondiglio segreto ripone una quantità impressionante di piccoli oggetti di uso famigliare, che personalmente non le servono a nulla. Ma lei è fatta così, mettetele sotto il naso una cosina colorata o luccicante e lei si comporta come una gazza.

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Elbeth, la fata del solstizio d’inverno

Che giorno breve e che lunga notte attendono gli umani il 22 dicembre! In qualunque luogo dell'emisfero settentrionale, dalle Terre disabitate del grande nord, dove l'unica luce è un riflesso lattiginoso per poche ore al giorno, alle isole mediterranee dove l'aria è limpida, il sole appare smarrito e fatica a sfiorare l'orizzonte, forma le ombre più lunghe dell'anno sulle meridiane e nelle pianure battute dal vento gelido, per poi precipitare negli abissi del buio. Elbeth è la fata che presiede al giorno più corto e malinconico dell'anno. Profonda conoscitrice dell'animo umano, sa quale brivido freddo stringe il nostro cuore in questa data e come l'energia vitale che ci lega alla Terra sia debole e incerta e che la lunga notte ci attende, la più lunga dell'anno, sarà una lotta dove le forze oscure cercano di prevalere. E' lei che assiste alla sfida tra l'ombra e la luce. Coperta di un lungo manto blu bordato d'ermellino che lascia scoperto il suo viso pallido, gli occhi azzurri e i capelli neri e lucenti, porta con sé un ramo d'agrifoglio, la pianta che non muore mai, pungente contro gli spiriti nefasti e ricco di bacche rosse, la corona che le cinge la fronte e i fermagli che chiudono il mantello sono d'argento adornati di grosse perle bianche che ricordano il frutto del vischio, altra pianta sempreverde a lei sacra. Una volpe bianca l'accompagna, una torcia di abete e resina rischiara il suo cammino in questa notte senza fine.

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