Quando il sole ritorna nel cielo e nei boschi comincia il disgelo, Marivel la bellissima elfa della Primavera si affaccia all'ingresso della cascata che per tanti mesi ha nascosto la grotta dove ha passato l'inverno. Un sottile velo di ghiaccio copre ancora la soglia della sua casa: Marivel ne incide la superficie con il diamante bianco che reca al dito indice della mano sinistra: il ghiaccio si apre e lei è libera di uscire come la farfalla dalla crisalide, la Primavera comincerà a correre per i monti e le valli delle Terre di Arrgath.

Marivel non dorme mai, come molti elfi non ha bisogno di riposo. Il suo abito è bianco, cesellato di smeraldi e decorato di corolle di margherite e crochi. Sulla spalla porta un pettirosso che le ha fatto compagnia per tutto il periodo freddo, cinguettando per lei e prendendo il cibo dalle sue mani. Porta a tracolla Thoron, un lungo corno d'avorio ricurvo intarsiato d'oro, ricavato da una zanna di mammuth vissuto ai tempi in cui gli uomini erano deboli e paurosi come gattini e temevano l'ira dei popoli invisibili delle foreste. Per prima cosa si pettina a lungo i capelli che le arrivano fino alla cintola d'argento. Poi comincia a suonare correndo senza sosta per boschi, valli e villaggi addormentati. Il suo passo è leggero, non lascia traccia sul terreno e sul letto di aghi di pino.

Al suono dolce e prolungato del corno gli animali si svegliano dal letargo nelle loro tane. Aprono gli occhi e capiscono che un altro lungo inverno è finito. Ma non va sempre così. Ci sono animali dal sonno duro e profondo come un masso nascosto in fondo a un pozzo. Allora Marivel si avventura nelle grotte più buie dove dorme l'orso bruno, scende nell'intrico delle radice sotto le querce secolari per destare il riccio e il tasso, soffia in un fischietti di bosso e attende che la tribù delle marmotte risponda al suo richiamo.

Lo scoiattolo si desta al rumore delle noci e delle ghiande che picchiano contro il tronco dell'albero dove ha trovato riparo: è l'elfa della Primavera che getta questi frutti per ridestare il goloso animaletto.

Il ghiro è forse il più difficile da svegliare. Si arrotola stretto stretto, nasconde il muso dentro la lunga coda nera e non vuol saperne di aprire gli occhi. Marivel non si arrende: Raccoglie mazzolini di viole e glicini, i fiori più profumati del bosco, ne fa ghirlande e se ne adorna, creando una nuvola di profumo nella quale si muove. Quindi, agile e decisa, afferra una puzzola per la coda e la lancia nella tana del ghiro. Il tempo di un battito d'ali del pettirosso e il ghiro salta fuori dalla tana come se fosse stato punto sul naso da una vespa.

Quando tutti gli animali del bosco sono usciti dal letargo, Marivel alza la mano impreziosita dal grande diamante bianco. Al riflesso del sole la sua luce si espande, la circonda, il suo abito candido si fa brillante come la cometa più luminosa. E' tempo di andare verso gli umani. Anche loro nel sonno leggero della fine d'inverno odono il suono del corno di Marivel. E' una mattina come le altre, ma qualcosa di nuovo vola portando un aria di fresco, un odore di boccioli prematuri. E un'ansia improvvisa li prende, una smania di uscire all'aperto, spalancare le finestre, schiodare gli usci delle case, buttare nel fuoco rami di elleboro e calicanto perché la fiamma si colori e il fumo spanda freschi profumi.

I giovani del villaggio, impazienti, non resistono, escono di corsa vedono qualcosa che riluce nelle alte file degli alberi al confine dei pascoli e vorrebbero raggiungere quella luce soffusa, convinti di poterla catturare, come le lucciole di maggio. Corrono e affondano fino ai ginocchi nelle pozzanghere che si sciolgono, scivolano nei canaloni, la neve sgocciola e cade dai rami dei larici e degli abeti e gli piomba in testa, li sotterra sotto una coltre gelida, la bocca piena di ghiaccio. Ma è solo un gioco. Torneranno alle loro case fradici e convinti d'avere visto un miraggio. Le donne si guardano alle specchio e ridono di gioia: la loro pelle torna a splendere, gli occhi sono gemme, i capelli sono di nuovo lucenti e le labbra più rosse dei lamponi di bosco. I vecchi invece riempiono le pipe, portano fuori le panche di legno e le appoggiano ai muri delle case. Aspettano. Il suono del corno di Marivel si avvicina, l'eco si spande per le valli, sempre più prossimo, fino a quando una sfera di luce che nessun occhio può sostenere si ferma sul confine degli alpeggi, la linea che delimita la fine dei boschi perenni e l'inizio del territorio degli umani. E' lei, che abbaglia col candore del suo abito, perché nessun umano possa mai dire d'averla vista. I vecchi lo sanno e non pretendono di scoprire i segreti dei tempi lontani. Sorridono, accendono le pipe e si scaldano al primo sole della Primavera.

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