Ora il convoglio sta per attraversare il villaggio di Bran, poche centinaia di anime, illuminato a malapena da luci fioche. Un gregge di pecore e montoni dorme all'aperto, sotto le stelle, difeso contro il freddo della notte dall'abbondante vello. Stanno tutte ammucchiate e si scaldano a vicenda. Ecco, il grande pipistrello nero vola sopra il gregge, si alza e si abbassa, sfiora le bestie fino quasi a toccarle. Anzi, nel momento in cui riprende figura umana le tocca proprio: nell'atterrare tira un calcio a un montone, cade addosso a una pecora e alla fine si ferma a cavalcioni sopra una capra. Da qui scivola giù con la faccia nell'erba ghiacciata. Si rialza ammaccato. Per fortuna la biancheria pesante ha attutito i colpi.
- Sull'atterraggio sono ancora debole, ci devo lavorare di più. Ma non c'è tempo da perdere, forza con la magia.
Mircea Lupescu, della stirpe dei pastori Lupescu, figlio di pastori e nipote di pastori, aprì gli occhi. Si era addormentato avvolto nel suo mantello di lana grezza. Gli serviva bene in quelle notti, anche se quando arrivava in paese doveva lasciarlo fuori dalla locanda. Così pretendeva la padrona Laruta, un donnone rosso di capelli e dalla carnagione bianchissima e coperta di lentiggini:
- Se entra lui – diceva indicando il suo fedele mantello – esci tu!- Perché l'odore che impregnava quella coperta era uguale a quello di un intero gregge di caproni. Davvero ingrata la padrona, visto che lui, Mircea Lupescu della stirpe dei pastori era il miglior cliente che frequentasse quella bettola! - pensava sempre il nostro amico delle pecore. E ci rimuginava sopra, seduto ad un tavolaccio della locanda mentre beveva grappa di bacche e liquore di ginepro. Fino a quando, completamente ubriaco, usciva, afferrava il suo mantello che lo aspettava appeso a un chiodo, rientrava di furia e lo gettava sul bancone, scappando poi a gambe levate.
Questo provocava lo svuotamento del locale. La rossa Laruta afferrava il mantello con una pertica e lo buttava nella fontana del paese dove restava in ammollo fino a quando Mircea, passata la sbornia, mogio mogio, veniva a recuperarlo. Ma quelle erano storie dei mesi caldi. Adesso era sobrio e con tutti i sensi in allerta. C'era qualcosa di strano nell'aria. Scosse il cugino Lucas che dormiva profondamente.
- Che succede, ladri? - chiese quello allarmato, afferrando il bastone nodoso che gli stava a fianco.
- No, qualcosa di diverso, non capisco. Guarda!- e Mircea indicò il gregge. Non erano più ammucchiate al centro della radura, i piccoli e le madri al centro, i maschi e i caproni più anziani e forti muniti di robuste corna ricurve nel cerchio esterno a difendere il gregge. No, le bestie erano all'erta, si erano sollevate sulle zampe e stavano con le orecchie dritte, annusavano l'aria, come in ascolto di qualcosa che si avvicinava.
- Ma che fanno, sono ammattite? Ho sentito parlare della mucca pazza ma la pecora matta ancora non l'avevo vista!- esclamò il cugino Lucas guardandosi attorno.
Mircea emise un leggero sibilo modulato, per richiamare i cani da gregge, tre Bovari del Bernese, bestie magnifiche, tra i più grossi esemplari dell'intera Transilvania, roba da fare paura ai branchi di lupi che infestavano quelle terre. Niente. Ripeté il fischio più forte e prolungato. Dalle pieghe del terreno emersero i tre cani. Venivano avanti strisciando, testa bassa, come se qualcosa li spaventasse a morte.
- Ma questi cani, bestie incapaci, mangiapane a tradimento, che fanno?- esclamò Lucas.
- Sssttt, succede qualcosa, guarda il gregge!- disse Mircea Lupescu, della stirpe dei pastori Lupescu, che conosceva le storie di quelle montagne e cominciava a capire.

Il lussuoso Franz-Joseph Express, correva nella notte attraverso i Carpazi. Partito da Venezia con destinazione Istanbul passava per Vienna e poi toccava tutte le capitali dell'Impero asburgico. Proprio nell'antica capitale dell'Impero erano saliti sette passeggeri che non potevano passare inosservati. Davanti a tutti un tipo dall'eleganza semplice e raffinata a braccetto con una splendida ragazza bionda che indossava uno spolverino in seta e cachemire color pulce e seguita da due facchini che spingevano carrelli stracolmi di valigie e bauli firmati. Quello che la ragazza chiamava lo stretto necessario per muoversi. Li accompagnavano cinque tipi così strani e male assortiti che nessuno avrebbe pensato potessero viaggiare insieme. Uno era tanto grosso che occupava uno scompartimento da solo. Poi un piccoletto dalla capigliatura rosso fuoco, sparpagliata per ogni dove, un tale tutto stazzonato, barba di tre giorni e sigaretta spenta appesa all'angolo della bocca, un altro con la faccia da faina e le mani in continuo movimento e per ultimo un cinesino dall'aria educata e anche un po' imbranata che si guardava attorno come stupito di essere al mondo, inciampava dappertutto e andava a sbattere contro i carrelli e i cartelloni pubblicitari, scusandosi in continuazione.
- Gesù, quando penso che lui è il palo della banda, quello che dovrebbe sorvegliare la situazione nei momenti difficili!- disse Ivanò Scartezzini.
- Già, e tieni presente che la nostra sicurezza dipende anche da Gerardino Atomix dalla capigliatura vulcanica, l'uomo che ha inventato il disco orario per dromedari in sosta nelle oasi del Ghirkisistan, un successo mondiale- replicò Lucien Luciern, mettendo via la sigaretta e cercando nelle tasche una gomma da masticare. Da quando aveva diminuito le sigarette era diventato un consumatore di chewin-gum, mentine e liquirizia.
- Resisti Lucien, fumare fa male- lo ammonì Nicolao Forzarmati. - Guarda me, non ho mai fumato e sono in forma perfetta- concluse afferrando alcuni panini dal carrello di un venditore di passaggio e ingollandoli senza perdere tempo a contarli.
- L'unica cosa che ti sei fumato è il cervello- rispose Lucien di malumore allontanandosi per dare un'occhiata alla carrozza bagaglio.
- Ma tu hai capito qualcosa di questa spedizione?- chiese Scartezzini all'amico.
- Mistero. P.G. ha parlato di una commissione molto particolare, reperti antichi da consegnare con urgenza, nulla di più. Vieni, il treno sta per partire- rispose Luciern e si affrettarono verso le carrozze riservate per loro.
Insomma amici, Philippe Gratin, la bellissima Priscilla, fidanzata di quell'uomo ricco, famoso e fortunato e la sua banda al completo erano in viaggio sul lussuoso treno che ora divorava la strada verso Bucarest, la capitale della Romania.
L'assegnazione degli scompartimenti wagon-lit non era stata semplice. Stabilito che Philippe e Priscilla viaggiavano sulla carrozza usata della Zar di tutte le Russie e dalla principessa Sissi nei loro spostamenti, per il resto la faccenda era andata per le lunghe:
- Io non viaggio con Ivanò. Quello fuma e io sto cercando di smettere – diceva Lucien masticando mentine.
- Sia chiaro che non se ne parla di dormire con Gerardino. Parla nel sonno e quello che è peggio recita formule matematiche e algoritmi ad alta voce – chiarì Nicolao Forzarmati.
- Tu dormi da solo comunque. Chi si fida a stare con uno che se gli prende un attacco di fame capace che ti mastica un piede così, nudo e crudo? – rispose Ivanò
- E io con chi sto? Non do fastidio a nessuno – chiese Lan Pion.
- Facciamo che Nicolao sta da solo, Atomix sta con Lucien che sono svizzeri tutti e due e hanno tante cose di cui parlare...
- Tante cose? – domandò Scartezzini.
- Formaggi, orologi a cucù, gallerie, foreste di abeti...uno vero spasso. E il nostro Lan Pion divide lo scompartimento con Ivanò – decise Philippe. Il capo aveva parlato. Era tempo di accomodarsi nel vagone-ristorante.
- Bella la vita su questo treno per ricchi! Quando penso alle tradotte militari che ci portavano attraverso le gole afghane tra colpi di mortaio e raffiche di Kathiuscia...- esclamò Nicolao Forzarmati afferrando per un braccio il cameriere in divisa immacolata e guanti bianchi e sottraendogli l'intero vassoio di carpaccio di pesce spada crudo guarnito di salsa danese alla senape dolce e ciuffi di aneto. - Su da bravo portane dell'altro, non vedi che i miei amici sono rimasti a becco asciutto?- concluse indicando il resto della compagnia. Il cameriere si allontanò inorridito, gli altri preferirono sorvolare e concentrarsi sui diversi vassoi di aperitivi che coprivano il tavolo a loro riservato nel Wagon-Restaurant. O i tavoli, per dirla tutta, visto che per farci stare tutti ne servivano tre.
- Oh, Philippe, amore mio, com'è romantico tutto questo, mi ricorda i romanzi di spie e avventurieri sull'Orient Express, le inchieste di quel piccolo belga goloso con i baffetti e i capelli impomatati...ce l'ho qui sulla punta della lingua...mmm!!!-
- Pirlot, sì Le Cul Pirlot, signorina Priscilla, si chiamava così, ne sono sicuro!- intervenne Nicolao con la bocca piena e le labbra impiastricciate di salsa.
Tutti risero, tranne lo stesso Forzarmati e il piccolo Lan Pion che obiettò dopo un inchino:
- L'amico Folzalmati dice bene: Helcul Poilot, ho letto le sue avventule ...- ma la risata che partì dal tavolo lo seppellì. Priscilla dovette asciugarsi una lacrima d'allegria. Lan Pion non aveva capito di il perché di tanta ilarità e si limitò ad un sorriso di pura educazione. La cena, squisita, era finita. Arrivò il carrello dei dolci e fu sequestrato, seguirono liquori e caffè alla turca in omaggio a Istanbul, il capolinea dove il treno finiva il suo viaggio.
Ivanò Scartezzini e Lucien Luciern si avviarono alla carrozza-fumatori per un buon sigaro, mentre Forzarmati si appisolava con la testa contro il finestrino. Gerardino Atomix invece estrasse un taccuino e cominciò a tracciare calcoli a matita, interrompendosi di tanto in tanto a mordicchiare il lapis, immerso in profonde riflessioni mentre Lan Pion provava a creare complicati origami usando piccoli tovaglioli di carta. Concentrato e attento, mordendosi le labbra nello sforzo creativo, alla fine depositò davanti a Priscilla un minuscolo unicorno bianco, molto bello. La ragazza sbarrò gli occhioni color del mare:
- Piccolo Lan, questa è una vera opera d'arte!- esclamò battendo le mani. Anche Philippe era estasiato da tanta abilità.
- È pel lei, signolina, anzi pel voi, nel cielo cinese l'unicolno è simbolo di fedeltà in amole e felicità- disse il cinese inchinandosi profondamente e allontanandosi fiero e felice.

Qualche decina di kilometri più avanti, in un pascolo a fianco della ferrovia il gregge si era fermato senza un perché e si sentivano i belati degli agnellini e delle caprette più piccole. I tre grossi cani da guardia parevano aver ripreso coraggio, giravano attorno al gregge con le orecchie ritte.
- Anche i cani l'hanno sentito- mormorò il pastore Mircea guardando in cielo la luna piena che faceva piovere una luce bianca e fredda sul pascolo. Estrasse la pipa corta e tozza e cominciò a caricarla, prelevando il tabacco da un sacchetto di pelle. Lo stesso fece il cugino. Accesero e tirarono qualche boccata.
- Dici che potrebbe essere l'orso bruno che abita le foreste sopra Bran? Sono anni che non attacca i pastori- sibilò Lucas fissando le macchie scure degli alberi e stringendo più forte il suo robusto bastone.
- Magari, quello si fa sentire e vedere, qui è peggio- rispose Mircea
- Peggio dell'orso, ma allora tu mi vuoi dire che ci sono in giro branchi di lupi, ma è presto, quelli arrivano con la neve...- replicò il cugino e le parole gli si spensero sulle labbra. Le pecore, le capre e i montoni senza più emettere un belato si erano incamminati attraverso il pascolo in direzione della ferrovia, alta sul terrapieno, in una formazione a triangolo con i maschi davanti e gli altri dietro. I pastori cominciarono a fischiare, poi a lanciare gridi brevi e secchi per richiamare le bestie, ma pareva che i suoni si spegnessero appena usciti dalle loro labbra, come se il gregge fosse circondato da una barriera invisibile. Allora non restava che correre per raggiungerle ma i loro movimenti erano impacciati, si guardavano avanzare al rallentatore come in un incubo.
Anche i tre grossi Bovari del Bernese, cani di notevole stazza pesanti almeno ottanta chili, cercavano di rendersi utili correndo lungo i lati di quel triangolo in movimento, abbaiando furiosamente, ma non riuscivano ad entrare nel mucchio per disperdere i montoni alla testa del gregge e farli tornare indietro. Come si avvicinavano con le fauci spalancate e scoprendo i lunghi denti affilati era come se una mano li afferrasse per il collare e li tirasse indietro. La luce della luna illuminava la massicciata della ferrovia, facendo affiorare ogni pietra, ogni ciuffo d'erba e i mazzi di grossi topinambur gialli, alti come una persona che in quell'autunno avanzato formavano macchie di colore lungo le rotaie.
- Ma dove vanno? Perché fanno così?- chiese Lucas con il fiatone per il correre e il fischiare.
- Non lo so, mi pare di sognare, sembrano sotto l'effetto di qualche sortilegio- rispose Mircea.
- Dici che hanno mangiato l'erba del diavolo? Eppure siamo stati lontano dagli stagni e dalle sorgenti di Potrarsike
Quei laghetti e quelle fonti si trovavano in una zona di miniere di mercurio e spesso chi beveva quell'acqua o raccoglieva e mangiava le erbe e le radici di quel luogo veniva preso da scoppi di follia dovuta al minerale sciolto nelle acque. L'erba del diavolo, appunto. Il pastore Mircea scosse la testa senza parlare.
Adesso le pecore stavano per salire la massicciata di pietre che sosteneva i binari della ferrovia per Bucarest. Mircea con uno scatto violento che lo lasciò senza fiato le precedette. Piantato in mezzo ai binari scrutava nella notte i fasci di acciaio lucente che correvano all'infinito davanti a lui, poi si guardò alle spalle. Nulla per fortuna.
- Forza Lucas, cugino mio, forza Malan, Kalun, Valon, piccoli miei – chiamò i tre grossi cani per nome quasi per infondere loro coraggio ed energia – dobbiamo farle scendere e farlo in fretta.
Il gregge aveva risalito la scarpata in un silenzio irreale, il muso basso, teste contro code. Non si udivano nemmeno le pietre rotolare sotto i piccoli zoccoli delle bestie. Si arrestarono sulle rotaie, un candido, soffice tappeto di lana a coprire il freddo acciaio. I musi rosa dei più piccoli cercavano la mamma belando sommessamente, mentre i caproni occupavano la testa e la coda del gregge in posizione di difesa, stretti l'uno all'altro e con la testa bassa, pronti a caricare. Di lì non si sarebbero mossi per nessun motivo, pensò Mircea.
-Cosa facciamo?- chiese Lucas. Mircea, pastore della stirpe dei pastori Lupescu alzò le spalle, cercò nella tasca del suo vecchio pastrano la fiaschetta della grappa di prugne, l'aprì e ne bevve una robusta sorsata. Offrì al cugino che non rifiutò. Riempirono il fornello della pipa e l'accesero senza fretta, sbuffando il fumo in cielo.
- Aspettiamo- rispose osservando un grosso pipistrello che sorvolava la scena stagliandosi contro il disco della luna. Fu allora che, portato dal vento attraverso le gole dei monti arrivò, lontano ma chiaro il fischio del treno per Bucarest.

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