Il piccolo francese portava un paio di calzoni alla zuava di tela ruvida , a quadretti, roba scomparsa ormai da secoli dalle riviste di moda, calze di cotone grosso a rombi rossi e blu, scarpe di tela grigie, camicia e cravatta. Una giacca di fustagno con le toppe ai gomiti completava il suo abbigliamento. In testa un berretto alla marinara di panno marrone lasciava uscire due orecchie a sventola di notevoli dimensioni. La sua valigia, quasi un baule con gli angoli rinforzati da liste di metallo lucido, era alta come lui e pareva pesantissima a giudicare da quanto il poveretto aveva penato e sudato per portarla fino all'interno dell'albergo.
-Scusatemi signori, mi chiamo Jambon, Laurent Jambon.
-Tanto piacere, ma a noi non ce ne importa un fico secco – rispose il portiere LaPorte, sgarbato.
-Vorrei solo sapere a quale camera mi hanno assegnato – continuò il piccoletto senza scoraggiarsi.
-E perché lo chiede a noi? Non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere – lo rimbeccò Gustave Passez, il secondo portiere che non era davvero più educato del suo collega.
-Ma io veramente...- provò a replicare Laurent Jambon. Per sua fortuna arrivò il professore Scansa con la lista delle camere.
-Jambon? Sei sicuro? Mi sembri piccolo per essere alle medie. Vabbé sei alla 313, si trova...
-Fermo per favore, la ringrazio ma non mi dica nulla. Voglio arrivarci da solo, per intuizione – disse precipitosamente il minuscolo scolaro. I due portieri e il professore si guardarono stupiti, poi alzarono le spalle e se ne andarono, lasciandolo solo.
Due ore dopo bussarono alla porta della camera 313. La camera dava su un cortile interno occupato da un piccolo giardino con panchine smaltate di verde e i tavoli sistemati all'ombra dei platani. Lan Pion, Hivanò Scartezzini e Nicola Forzarmati erano entrati da un pezzo e si erano lasciati andare esausti ciascuno sul proprio letto Quello di Nicolao emise un gemito di dolore come volesse schiantarsi sul pavimento. Il cinesino aveva avuto la bontà di lasciare le scarpe fuori dalla porta. Sentirono battere alla porta.
-Aspettiamo qualcuno? – chiese Scartezzini?
-No, che io sappia – rispose Forzarmati. Lan Pion si limitò a fare una smorfia.
- Chi è? – chiesero insieme.
- Laurent Jambon, il vostro compagno di stanza.
La porta si aprì. Un piccoletto, robetta da prima media al massimo, era entrato lasciando la porta spalancata. Sei occhi spalancati lo osservavano.
- E tu chi sei? – chiese Scartezzini squadrandolo dall'alto in basso.
- La mamma lo sa che ti trovi qui? – disse Forzarmati sollevandosi dal letto e sovrastandolo con la sua mole.
- Molto onolato signole, io sono...
- Zitto, non voglio sapere niente. Lasciatemi indovinare – lo interruppe brusco il nuovo arrivato, chiudendo la porta. Innanzitutto mi scuso per il ritardo, ho fatto un po' di confusione tra i piani dell'albergo, i corridoi, i numeri delle stanze, ma in meno di due ore vi ho trovato. Allora, adesso vi dirò tutto. Uno di voi ha lasciato fuori le scarpe perché...- annusò l'aria – gli sudano i piedi. Quanto a lei signore, è certamente orientale, ci vede poco ed è decisamente bene educato. Infatti si è presentato, come si conviene a persone civili.
Lan Pion si inchinò. Gli altri due si guardarono perplessi. Poi Scartezzini parlò.
- Ehi pronipote scemo di Sherlock Holmes, di noi cosa ci racconti? Scommetti che non ci indovini nulla?
Laurent Jambon ignorò la presa in giro. Fissò i due, guardò i loro vestiti e il loro bagaglio e alla fine emise la sua sentenza.
- Semplice, amici miei, lei è chiaramente un tifoso dell'Atalanta, una squadra italiana di una cittadina del nord che ha gli stessi colori di quella squadra di Milano...il nome non mi viene in questo momento, mi informerò. Quanto a lei sono sicuro di non sbagliarmi. La sua stazza e la maglia che porta mi dicono che proviene dalla Nuova Zelanda e che è un tifoso della locale squadra di rugby, sport nobilissimo, me ne compiaccio.
Scartezzzini e Forzarmati si erano avvicinati al piccoletto. Il ragazzone aveva sollevato la valigia con una mano e con l'altro teneva sospeso Jambon per il bavero della giacca.
-Dimmi un po' hai roba da mangiare qui dentro?
- Nossignore, biancheria, libri gialli e strumenti per investigare.
- Ti spiace darmi una mano Hivanò?
- Con vero piacere, Nicolao – rispose l'altro aprendo la porta e tenendola spalancata.
- Addio, salutaci Maigret – gridò Hivanò e Jambon fu lanciato attraverso la porta, rotolò per qualche metro, imbucò le scale e si ritrovò al piano di sotto, seguito dalla sua valigia. - Confondere l'Inter con l'Atalanta!!! Questa non gliela perdonerò mai! -
Lan Pion aveva seguito la scena senza capirci troppo.
- Cosa è successo?
- Avevamo un compagno di stanza ma l'abbiamo appena perso – rispose Scartezzini.
- Meglio soli che male accompagnati diciamo noi.
- Poca brigata, vita beata. Come dite voi nel Celeste Impero?
- Dice il saggio: pochi sono pochi, tanti tloppi, nessuno non c'è.
- Bene, per me questo saggio beve. Comunque abbiamo il tempo di disfare i bagagli e prepararci per il pranzo – fece Scartezzini. Forzarmati afferrò la valigia di Lan Pion e la depose sul letto rimasto libero.
- Uno spuntino prima di pranzo prepara lo stomaco. Caro Lan, hai parlato di viveri preparati dalla mamma. O sbaglio?
- Cose buone, noi molto golosi – rispose il cinesino. Nicolao con l'acquolina in bocca fece scattare le serrature e sollevò il coperchio. Una nuvola di tarme e mosconi oscurò la stanza, svolazzando a sciami sotto il soffitto e prendendo la strada della finestra. Un odore pazzesco di alga marcia e frutta putrefatta si era diffuso nella camera.
- Aiuto, chiamate la polizia! Ma cos'è? – gridò Scartezzini.
- Spiacente, si è lotto il vaso delle talme con camole da pesca. Peccato elano squisite – si scusò Lan Pion. Ma ci sono altle cose.
E cominciò a mettere in fila vasi di scorpioni in agrodolce, pinne di squalo sottaceto, interiora di lucertola marinate, uova di serpente in pastella. Forzarmati restò sbigottito. Scartezzini scappò in bagno e ci restò parecchio. Quando tornò Nicolao e Lan Pion stavano assaggiando qualcosa che odorava di affumicato e che era meglio non conoscere.
-Hivanò, amico mio, devi imparare a fidarti, Questi meduse essicate e passate nell'affumicatoio a legna di bambù sono gustose.
-Grazie tante, se voglio mangiare schifezze le trovo anche nel tombino davanti a casa mia.
Tre squilli annunciarono che il pranzo era servito. Quello vero, stavolta.
Anche il piccolo Jambon udì gli squilli della campanella. Saltò sul letto e si guardò intorno. Si era addormentato di colpo, stanchissimo. La sua camera numero 317 era grande e deserta. C'erano cinque letti, ma lui solo ne occupava uno, gli altri erano vuoti. Ripensava a quanto era successo.
-La camera l'avevo trovata, ci ho messo un po' di tempo... il cinese poi ci avevo preso benissimo, sono gli altri due che non sono riusciti ad inquadrare subito. Italiani tutti e due, uno l'avevo indovinato, comunque. Devo stare più attento alle lingue. Sto migliorando però, giorno dopo giorno mi avvicino alla perfezione. Bene è ora di andare a pranzo. E scommetto che non impiegherò più di tre minuti a trovare la sala.
Uscì dalla sua camera e si incamminò verso le scale. Arrivato in fondo al corridoio prese a sinistra e imboccò la rampa che portava direttamente ai locali della lavanderia e al labirinto senza fine dei passaggi sotterranei verso le caldaie, i ripostigli della manutenzione e il parcheggio interrato. Sarebbe emerso da là sotto solo tre ore dopo. A stomaco vuoto.

Lascia i tuoi commenti

Posta commento come visitatore

0
I tuoi commenti sono soggetti a moderazione da parte degli amministratori.
termini e condizioni.
  • Nessun commento trovato