Nei boschi che circondano Bovegno le donne del paese un tempo andavano a raccogliere asparagi selvatici, cicoria e altre erbe da cuocere e condire. E poi frutti di bosco, castagne, funghi. Era un lavoro importante per la povera economia della valle, quando una fetta di polenta abbrustolita e un pezzo di formaggio veniva considerato un mangiare da signori.
Bisognava però tornare a casa al rintocco dell'Ave Maria della sera, prima che il buio calasse svelto sui boschi e sulle povere case.


Con la notte il bosco non era più sicuro, le erbe si allungavano sui sentieri, i fiori perdevano colore e profumo, le ombrelle dei funghi avevano un alone misterioso. Dagli anfratti della terra e dalle radici degli alberi uscivano i màgher, piccoli gnomi maligni dalla pancia gonfia e dalla grande bocca piena di denti, voraci e crudeli. Ogni cosa viva veniva assalita e divorata in pochi istanti. Allora le bestie del bosco si rintanavano e solo i gufi e le civette restavano a vegliare dall'alto delle querce e dei castagni.
Ma la notte era anche il momento nel quali si aprivano il gelsomino notturno, il fiore più raro e profumato che esista, dall'odore talmente intenso da far venire capogiri e visioni.
Luisa, una bella ragazza di Bovegno, decise che avrebbe colto un bel mazzo di ciclamini per la festa della Madonna. Senza paura, entrò nel bosco. Era sicura che il Cielo l'avrebbe protetta. La luna filtrava tra i rami e tutto sembrava freddo e gelido come di pietra. Aveva portato una manciata di cenere del camino, cera delle candele dell'altare e un crocifisso di metallo.
Presto si sentì chiamare, poi una musica che veniva da ogni parte del bosco e la circondò. Subito si tappò le orecchie con la cera benedetta e cominciò a raccogliere i gelsomini notturni più in fretta che poteva. Ma presto si trovò circondata dai màgher che spalancavano le loro fauci irte di denti. Svelta gettò manciate di cenere nelle loro bocche spaventose. La cenere si trasformò in sciami di vespe. Fuggirono urlando di dolore le brutte creature della notte e si rifugiarono nel tronco cavo di una quercia centenaria. Luisa piantò il crocefisso davanti all'entrata del rifugio e recitò tre Ave Maria. Fino a quando il metallo della croce non si fosse corroso, di lì non sarebbe uscito nessuno!
Tornò a casa che già cantavano i galli Luisa, ma prima lasciò sull'altare della chiesetta della Madonna il mazzolino di fiori più profumato che ma fosse stato offerto.

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