racconti

  • Buonanotte!

    Berto di Domaro, una gruppo di case sul sentiero che da Gardone portano a S. Maria del Giogo, attraversò il ponticello di legno che passava sopra il torrente. Tornava a casa sua per il pranzo, dopo aver falciato l'erba per le vacche. A metà del ponte incontrò l'Om de la pora. Mezzo nascosto da un mantello, vestito di stracci, a piedi nudi, brutto come un incubo. Berto portava la falce a spalla. Quell'apparizione così improvvisa lo lasciò di sasso. Riuscì solo a mormorare:

  • E altro ancora..

  • Elbeth, la fata del solstizio d’inverno

    Che giorno breve e che lunga notte attendono gli umani il 22 dicembre! In qualunque luogo dell'emisfero settentrionale, dalle Terre disabitate del grande nord, dove l'unica luce è un riflesso lattiginoso per poche ore al giorno, alle isole mediterranee dove l'aria è limpida, il sole appare smarrito e fatica a sfiorare l'orizzonte, forma le ombre più lunghe dell'anno sulle meridiane e nelle pianure battute dal vento gelido, per poi precipitare negli abissi del buio. Elbeth è la fata che presiede al giorno più corto e malinconico dell'anno. Profonda conoscitrice dell'animo umano, sa quale brivido freddo stringe il nostro cuore in questa data e come l'energia vitale che ci lega alla Terra sia debole e incerta e che la lunga notte ci attende, la più lunga dell'anno, sarà una lotta dove le forze oscure cercano di prevalere. E' lei che assiste alla sfida tra l'ombra e la luce. Coperta di un lungo manto blu bordato d'ermellino che lascia scoperto il suo viso pallido, gli occhi azzurri e i capelli neri e lucenti, porta con sé un ramo d'agrifoglio, la pianta che non muore mai, pungente contro gli spiriti nefasti e ricco di bacche rosse, la corona che le cinge la fronte e i fermagli che chiudono il mantello sono d'argento adornati di grosse perle bianche che ricordano il frutto del vischio, altra pianta sempreverde a lei sacra. Una volpe bianca l'accompagna, una torcia di abete e resina rischiara il suo cammino in questa notte senza fine.

  • Fronden: l'elfo della Grande Quercia

    La Grande Quercia, così viene chiamata in tutto il territorio del nord iperboreo, è un albero immenso, il più maestoso delle infinite foreste che coprono quelle latitudini. Le sue radici sostengono da sole la volta delle sterminate caverne dei popoli di sotto, che senza di lei crollerebbero in un istante e si inoltrano nel terreno fino alle coste dei mari glaciali. Il suo tronco è così grande che per salirci Fronden, l'elfo della Grande Quercia, ha costruito una passerella di legno che gli gira intorno e sale, sale fino a perdersi tra le nuvole, ricavando assi da un'intera foresta di lecci. La strada è tanto lunga che deve essere illuminata da lampade di mica azzurra che contengono lucciole giganti. Il suo fusto è così alto che se voi iniziate a salire dalla base in estate, man mano che salite le stagioni cambiano, passate attraverso il vento di fine agosto, le piogge di settembre, le bufere di ottobre e arrivate in cima nel pieno delle tormente di neve invernali, senza mai fermarvi, senza sostare un attimo. Nel suo intrico di rami vivono popoli che mai si sono potuti incontrare ed animali di cui sulla Terra si è perso il ricordo.

  • Ghentel: l'elfo di Gennaio

    Ghentel, l'elfo di Gennaio, aprì gli occhi. Era il primo giorno del mese. Fuori era nevicato e tutta la valle di Orgath era una bianca distesa abbagliante. Anche il cielo era lattiginoso, basso e senza sfumature. Raccolse il suo flauto di sambuco e uscì. Non un' orma sulla neve fresca, non un suono nell'aria, né un colore diverso dall'infinito, monotono candore. Il suo vestito blu, il mantello azzurro, gli stivali di nappa nera erano le uniche macchie vive per mille leghe intorno. Ghentel si inoltrò nel bosco e prese a scendere verso il villaggio degli uomini. I ruscelli erano coperti di ghiaccio, gli stagni erano specchi azzurri. Vide la sua immagine riflessa, il viso celeste, gli occhi blu, i capelli turchini. Lui, l'elfo di gennaio, proteggeva gli umani dal gelo e dalle tormente, riportava nelle stalle gli animali perduti, faceva ritrovare la strada ai viandanti dispersi nelle tormente. In cambio riceveva cibo che i valligiani gli lasciavano davanti alle porte delle case. Ma gli umani lo temevano, troppo diverso da loro. Ghentel era in vista delle prime case del villaggio, quando si accorse che dai comignoli non usciva fumo, le porte e le finestre erano ancora sbarrate e nessuno camminava per le strade. E il silenzio regnava ovunque. Eppure era tardi. L'elfo si avventurò fin dentro il centro del villaggio, dove la fontana ghiacciata non cantava più. Dov'erano finiti gli Orgathiani?

  • Il bambino nel bosco

    Se vai nei boschi, bambino,
    fa che sia di mattino.
    Le more sono dolci,
    tra l'edera e le felci
    i fiori si spalancano,
    i funghi luccicano, coperti
    di gocce di rugiada.

  • Il coraggio di Luisa

    Nei boschi che circondano Bovegno le donne del paese un tempo andavano a raccogliere asparagi selvatici, cicoria e altre erbe da cuocere e condire. E poi frutti di bosco, castagne, funghi. Era un lavoro importante per la povera economia della valle, quando una fetta di polenta abbrustolita e un pezzo di formaggio veniva considerato un mangiare da signori.
    Bisognava però tornare a casa al rintocco dell'Ave Maria della sera, prima che il buio calasse svelto sui boschi e sulle povere case.

  • Il ponte di Villa

    Era una notte senza luna, la vigilia delle elezioni a Villa. Nell'osteria di Nani si beveva vino e si giocava a carte. L'osteria era proprio all'imboccatura del ponte sul Mella, l'unico a quei tempi in tutta la zona. Tra gli avventori il podestà del paese Bepi Zamba, detto Bepi Bugì per via della pancia, che aveva bevuto molto, e tanti altri. Tra loro Bepi Lama, detto Bepi Magrì perché era secco e nervoso e non rideva mai. Di colpo si sentì la terra tremare, un gran rombo come se venisse giù il cielo. Poi silenzio. Tutti corsero fuori. Il ponte non c'era più. Tra una sponda e l'altra dl Mella, il vuoto, solo i due tronconi delle testate e in mezzo la corrente del fiume che correva via nell'oscurità.

  • Il signore di Cadignan (II° parte)

    Il signore di Cadignan girò l'unico occhio socchiuso per vedere se ci fosse una via di fuga, magari confondendosi con il gregge di pecore. Ma le pecore non c'erano più. Al loro posto creature femminili, scalze e vestite di scuro e grigio, con cappelli penzolanti e collane di fiori spinosi al collo, che si muovevano attorno al fuoco senza toccare terra, sospese a mezz'aria. Streghe notturne, le più malefiche del creato. E i cani? Lunghe ombre si aggiravano in quella confusione ronfando soffiando. Il signore di Cadignan non volle crederci, ma dovette accettare che i cani si erano trasformati in gatti giganteschi, neri dagli immensi occhi gialli, che si strusciavano ai piedi delle streghe, loro signore.
    Un freddo sudore di paura coprì il povero viandante. Cosa gli avrebbero fatto? Perché era chiaro che qualcosa stava per succedergli ed era di certo qualcosa di terribile. Intanto le voci sommesse salivano di tono e lui poteva udire distintamente. Tre voci sovrastavano le altre. La prima era quella roca di Malanfosso, il capo degli orchi, ma se la voce era paurosa, il significato delle parole gli fecero ghiacciare il sangue nelle vene:
    - Uccidiamolo e rosoliamolo a fuoco lento. Sarà un arrosto squisito – diceva il mostro, mentre attorno a lui ombre smisurate saltavano e digrignavano i denti affilati come lame con ululati di gola. E il terrore ghiacciò il cuore del signore di Cadignan.

  • L'uomo di ghiaccio

    Raccontano che prima di entrare in San Colombano, se si prosegue lungo la valletta stretta e fredda che segue il corso del Mella, si arriva a una pozza che il fiume ha scavato negli anni. E' un posto gelido, dove il ghiaccio tuttoricopre per molti mesi all'anno. Raccontano pure che ci fu un tempo nel quale in quel posto era possibile pescare bellissime trote iridee che nuotavano sul fondo del piccolo lago. Giuàn e Batista, due compari di San Colombano, andarono lassù una fredda mattina di Novembre. Già il ghiaccio cominciava a coprire il fiume e il laghetto era libero dal ghiaccio solo al centro. I due gettarono l'amo ma non c'era niente da fare.

  • L'uomo senza ombra

    Tutti conoscono la storia del boscaiolo Andreas a cui era stata rubata l'ombra nel fitto di una macchia. Furono gli gnomi a privarlo dell'indispensabile ornamento e a donargli in sovrappiù la maledizione di una vita più lunga di quella di Matusalemme. Che il poveretto esistesse veramente e che la vicenda fosse reale, nessuno poteva dubitarne.
    Forse che la moglie, anni dopo, durante un'eclisse totale di sole, non ne aveva visto il volto incollato ai vetri della casetta modesta dove viveva con i cinque figli, con una tale espressione di dolore e di rimpianto da spezzarle il cuore?

  • La fata Maranda

    La fata Maranda vive nelle conche di montagna, dove le piccole valli e gli spiazzi d'erba si coprono di fiori in primavera e di funghi quando arriva l'autunno. Sono posti bellissimi, freschi e ombrosi d'estate, solitarie innevati per tutto l'inverno. Contro il fianco della montagna Maranda trova piccole grotte dove vive, anche se non si allontana mai troppo dalle abitazioni degli uomini. A volte la si vede passare sopra i tetti, infilarsi nei solai, a volte vola sopra i campanili dei paesini e le campane suonano o si affaccia alle stalle e i cavalli si infuriano, i vitellini piangono e il latte diventa rancido. Il giovane Ario, mandriano di poche vacche, se ne stava tranquillo appoggiato al tronco di un vecchio noce, a guardare le sue bestie che pascolavano poco lontano dalla stalla. Aveva mangiato pane e uova condite con sale e adesso giocava con un vecchio ferro di cavallo. Dopo un po' chiuse gli occhi. Dormiva. Nel sogno Maranda comparve davanti a lui. Che bel sognò, pensava lui, contento, e non voleva svegliarsi. L'apparizione cambiava di continuo. Dapprima era una vecchia strega rugosa, con la lingua di serpente e un cappellaccio storto, poi giovane fanciulla, bella e sorridente. Ario aprì gli occhi in tempo per vederle spuntare ali da farfalle, rosa e azzurre, trasparenti. La creatura alata volava intorno alle mucche che continuavano a ruminare senza scomporsi.

  • Lisiel: l'elfa dell'equinozio di primavera

    L'Equinozio di primavera segna la fine del lungo sonno invernale. Da questo momento la natura corre verso la Primavera, la vita che rinasce. E' la festa degli opposti, della dualità delle forze, luce contro buio, bene contro male, caldo contro freddo, vita contro morte, la fertilità contro lo sterile periodo invernale, che per un giorno sono in perfetta parità sulla bilancia del Cosmo in una totale armonia, ma la forza del Sole sta crescendo e presto avrà il sopravvento.

    Lisiel ha una missione da compiere, nella notte che precede l'Equinozio. Bella, alta, la pelle luminosa,vestita di un lungo abito blu con riflessi argentei, ornato delle pietre speciali di questa notte, opale e l'acquamarina e la pietra di luna e di gioielli di metallo bianco e perle luminose, passa per il mondo settentrionale accompagnata da una civetta albina. Pescando a piene mani da una borsa fatata sparge semi di fiori sul suo cammino e polvere di stelle. Ed ecco che d'incanto si aprono corolle multicolori dei crochi, dei bucaneve, così come i gelsomini, le gemme nascono sui rami spogli e le radici delle siepi e degli alberi sentono scorrere nuova linfa.

  • Marivel: l'elfa della Primavera

    Quando il sole ritorna nel cielo e nei boschi comincia il disgelo, Marivel la bellissima elfa della Primavera si affaccia all'ingresso della cascata che per tanti mesi ha nascosto la grotta dove ha passato l'inverno. Un sottile velo di ghiaccio copre ancora la soglia della sua casa: Marivel ne incide la superficie con il diamante bianco che reca al dito indice della mano sinistra: il ghiaccio si apre e lei è libera di uscire come la farfalla dalla crisalide, la Primavera comincerà a correre per i monti e le valli delle Terre di Arrgath.

    Marivel non dorme mai, come molti elfi non ha bisogno di riposo. Il suo abito è bianco, cesellato di smeraldi e decorato di corolle di margherite e crochi. Sulla spalla porta un pettirosso che le ha fatto compagnia per tutto il periodo freddo, cinguettando per lei e prendendo il cibo dalle sue mani. Porta a tracolla Thoron, un lungo corno d'avorio ricurvo intarsiato d'oro, ricavato da una zanna di mammuth vissuto ai tempi in cui gli uomini erano deboli e paurosi come gattini e temevano l'ira dei popoli invisibili delle foreste. Per prima cosa si pettina a lungo i capelli che le arrivano fino alla cintola d'argento. Poi comincia a suonare correndo senza sosta per boschi, valli e villaggi addormentati. Il suo passo è leggero, non lascia traccia sul terreno e sul letto di aghi di pino.

  • Non dormire nel bosco

    Un pellegrino che tornava dall'eremo di San Giorgio a San Sebastiano stanco della camminata si addormentò in uno spiazzo d'erba circondato di tassi malefici, senza accorgersi di essersi disteso nel cerchio magico del sabba delle streghe. Cosa ne sapeva lui dei segni messi tutt'intorno, dei ciuffi di peli appesi ai rami, della pietra scavata al centro, posta proprio nel mezzo? Ci sistemò il capo e cadde profondamente addormentato. Sognò naturalmente, eccome se sognò. Si svegliò al canto di un gallo lontano, in tempo per veder dileguarsi forme allungate e nebbiose, che confuse con i vapori dell'alba.

  • Parrvila, l'elfo dell'Autunno

    Ottobre è alle porte, ora l'Estate lascia il passo all'Autunno. Gli umani sentono che qualcosa se ne va e mai farà ritorno, un lungo brivido percorre i loro animi e capiscono di fare parte dell'eterna Ruota del Tempo. La luce del giorno si fa più limpida e breve, le acque dei fiumi e dei laghi perdono il tepore dell'estate, si fanno più fredde e oscure. Parrvila arriva nel suo vestito verde con un ampio cappuccio ricamato di rubini color granata, grossi come le ultime more delle siepi. La sua camicia è candida e impreziosita di trine rosse, un medaglione d'oro con ghiande d'argento posa sul suo petto, i suoi stivali a punta sfiorano appena il sottobosco. Cosa piuttosto rara per un elfo, un pizzetto castano gli incornicia il mento e i suoi occhi sono due nocciole lucide e tonde. Altra cosa che lo distingue è la mancanza assoluta di armi. La sua cintura di cuoio regge una borsa di pelle e un sacchetto di tabacco. Cammina appoggiandosi a un bastone di nocciolo flessibile e resistente, cerchiato di bronzo, scelto nei boschi di Samiren, che non secca mai. Lo accompagnano due pettirossi che gli svolazzano intorno, mentre in alto, sopra le fronde delle querce volteggiano i corvi. Sono gli uccelli che non lo abbandonano mai e lo accompagneranno attraverso il mondo settentrionale che poco alla volta si prepara al riposo invernale, mentre gli altri, le cicogne, le rondini, i grandi aironi blu attraverseranno i cieli verso oriente e alla volta delle terre calde, lasciandoli vuoti e senza gridi.

  • Philippe Gratin e il nipote di dracula (III° parte)

    Ora il convoglio sta per attraversare il villaggio di Bran, poche centinaia di anime, illuminato a malapena da luci fioche. Un gregge di pecore e montoni dorme all'aperto, sotto le stelle, difeso contro il freddo della notte dall'abbondante vello. Stanno tutte ammucchiate e si scaldano a vicenda. Ecco, il grande pipistrello nero vola sopra il gregge, si alza e si abbassa, sfiora le bestie fino quasi a toccarle. Anzi, nel momento in cui riprende figura umana le tocca proprio: nell'atterrare tira un calcio a un montone, cade addosso a una pecora e alla fine si ferma a cavalcioni sopra una capra. Da qui scivola giù con la faccia nell'erba ghiacciata. Si rialza ammaccato. Per fortuna la biancheria pesante ha attutito i colpi.
    - Sull'atterraggio sono ancora debole, ci devo lavorare di più. Ma non c'è tempo da perdere, forza con la magia.

  • Philippe Gratin e il nipote di dracula (II° parte)

    ...Appena fu solo nella camera e sentì i passi dell'infermiera che si allontanava dopo aver chiuso la porta a chiave, il professore fece un salto di gioia, accennò a qualche passo di danza, poi voltatosi gridò:
    - Visto Davidian, amico mio? Ce l'abbiamo fatta, siamo liberi! Adesso mettiti comodo in poltrona. Io preparo i miei bagagli e intanto ti racconto tutto. Avresti dovuto esserci, i quattro barbagianni impagliati stavano in fila e mi fissavano, pronti a saltarmi alla gola. E io tranquillo, calmo, serafico.
    Camminò su e giù narrando per filo e per segno il colloquio. Aveva appena finito di parlare che si sentì la chiave nella toppa.

  • Philippe Gratin..qui comincia l'avventura (II° parte)

    Il piccolo francese portava un paio di calzoni alla zuava di tela ruvida , a quadretti, roba scomparsa ormai da secoli dalle riviste di moda, calze di cotone grosso a rombi rossi e blu, scarpe di tela grigie, camicia e cravatta. Una giacca di fustagno con le toppe ai gomiti completava il suo abbigliamento. In testa un berretto alla marinara di panno marrone lasciava uscire due orecchie a sventola di notevoli dimensioni. La sua valigia, quasi un baule con gli angoli rinforzati da liste di metallo lucido, era alta come lui e pareva pesantissima a giudicare da quanto il poveretto aveva penato e sudato per portarla fino all'interno dell'albergo.
    -Scusatemi signori, mi chiamo Jambon, Laurent Jambon.

  • Querrill, l’elfa della dispensa

    A tutti voi sarà capitato di smarrire oggetti di uso quotidiano che pure eravate sicuri di aver riposto nel luogo consueto: un rocchetto di filo rosso misteriosamente scomparso, un fermacapelli smaltato che non è più nello stipetto dell'armadio, un fazzoletto ricamato a fiori di colpo sparito dalla tasca del vostro grembiule. E forse avete dubitato della vostra vicina o accusato ingiustamente qualche famigliare di avervelo sottratto. Beh, vi siete sbagliate, care le mie donne!

    E' stata Querrill, l'elfa della dispensa, che nel suo nascondiglio segreto ripone una quantità impressionante di piccoli oggetti di uso famigliare, che personalmente non le servono a nulla. Ma lei è fatta così, mettetele sotto il naso una cosina colorata o luccicante e lei si comporta come una gazza.